L'intimo
intreccio
Nel dicembre 2006 è uscito un mio libro di racconti
autobiografici a sfondo gastronomico, L'intimo intreccio - Storie
di cibo e di gente. Nella quarta pagina di copertina il libro è
così presentato:
Quanto della nostra vita può essere ripercorso seguendo il
filo dei ricordi legati al cibo? Quasi tutto: l'intimo intreccio tra cibo
e vita si disvela chiaramente in queste pagine spesso esilaranti, a volte
toccanti, sempre agili e scorrevoli. Ne esce una vivacissima galleria
di personaggi veri: dal maresciallo musicista e cuoco raffinato al ristoratore
che non riconosce che il vino sa di tappo, dal giornalista gastronomo
che detta legge dagli schermi televisivi al grande cuoco che stabilisce
lui stesso quello che mangerai, è tutto un susseguirsi di aneddoti
e bozzetti capaci di ricostruire con immediata efficacia situazioni ed
ambienti. E le originali, a volte un po' provocatorie considerazioni dell'autore
su alcuni aspetti più tecnici del far cucina non potranno che maggiormente
coinvolgere e appassionare il lettore goloso.
Contenuti
della pagina
Acquisto
del libro
Per l'acquisto del libro a Milano si segnalano in
particolare le seguenti librerie:
- Libreria del Corso (corso Buenos Ayres, a pochi passi dalla
fermata Lima del métro, linea rossa)
- Libreria Rizzoli (galleria Vittorio Emanuele)
- Libreria Hoepli (via Hoepli)
- Libreria Feltrinelli (piazza Duomo)
È ovviamente sempre possibile prenotare il
libro presso le librerie che ne siano al momento sprovviste, così
come è possibile ordinare il libro presso le varie librerie
on line, tra cui Hoepli ed Edizioni Bietti.
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Alcuni capitoli
Qualche
retroscena
a) Difficoltà di pubblicazione
Alla fine del 2002 il manoscritto era praticamente pronto: ci sono voluti
quattro anni prima che venisse pubblicato! Gli editori contattati, direttamente
o tramite amicizie influenti, sono: Adelfi, Mondadori, Rizzoli, Guanda,
Marsilio, Piemme, Archinto, Memori, Piemme, Tommasi, Marietti, Voland,
Garzanti, Bompiani, Grecoegreco, Mursia. Alcuni (pochi) non hanno risposto.
Gli altri hanno dato risposta negativa con la motivazione "la sua
proposta non ci sembra adatta alla nostra linea editoriale" oppure,
più spesso, con la motivazione "il libro è scritto
bene, ma è destinato a una cerchia di lettori ristretta".
Qualcuno ha anche detto che se non si è un personaggio conosciuto
(della televisione, dello sport, della politica) oggi è praticamente
impossibile esordire con editori importanti. A quanto mi è stato
riferito, un editor si è quasi arrabbiato: i miei racconti, pare
abbia detto, sono effettivamente belli, ma io non dovevo sprecarmi con
dei raccontini, dovevo impegnarmi in un romanzo... (sui criteri con cui
viene decisa la pubblicazione di un libro si veda più avanti la
lettera inviatami da Giuseppe Pontiggia).
b) Il capitolo eliminato
Il titolo del capitolo eliminato era Un sorso
di limoncello. Il capitolo è stato eliminato su proposta (credo
giusta) dell'editore, perché in effetti, parlando del mio libro 100 errori di Fisica pronti per l'uso, mi ero fatto un po'
prendere la mano dalla partecipazione emotiva alla vicenda che raccontavo:
così, l'elemento gastronomico era, nel capitolo, troppo marginale,
e il rischio era che a qualche lettore potesse apparire del tutto
pretestuoso. Il capitolo è integralmente riportato qui di seguito.
Una dozzina d'anni fa veniva alla
luce, dopo sofferta gestazione, un mio impertinente e imprudente librino
intitolato 100 errori di Fisica pronti per l'uso. Da qualche
anno avevo cominciato a prendere nota dei tremendi svarioni in cui
mi capitava di imbattermi allorché, spinto da curiosità
professionale, sfogliavo un qualche testo scolastico di Fisica. Avevo
deciso di farne, prima o poi, oggetto di documentata segnalazione
in un libro. Ne sentivo non precisamente la voglia, quanto piuttosto
il dovere morale. Perché, come negli anni ho avuto ampiamente
modo di appurare, nessuno sa che i testi scolastici di area scientifica
(sugli altri non mi pronuncio) sono spesso pieni di gravi errori concettuali.
Ma che nessuno lo sappia sarebbe ancora niente: il grave è
che, se per caso lo dici, nessuno ti prende sul serio. La gente è
abituata a sentir parlare dei guai della scuola, e all'occasione (magari
a sproposito) non esita a lamentarsene: ma conserva nei riguardi del
libro di testo una soggezione religiosa, non riesce a credere che
un libro di testo possa contenere veri errori. A me che sapevo, che
infinite volte avevo toccato con mano, ciò appariva intollerabile:
mi sembrava un terribile equivoco, una terribile forma di immaturità dovevo fare qualcosa.
Dopo avere a lungo esitato (anni), finalmente mi decisi. Durante l'estate
del 1989 selezionai con pazienza, tra gli innumerevoli strafalcioni
via via annotati, i cento da presentare e commentare: il pomeriggio
del 13 dicembre, Santa Lucia, poco prima delle 16, il demone improvvisamente
mi colse, e cominciai a scrivere. Dopo tutto, mi dicevo per farmi
coraggio, sarò ben capace di scrivere due capitoletti (un errore
a capitolo) al giorno: in cinquanta giorni, diciamo nel giro di due
mesi, il libro poteva essere bell'e pronto! Pura illusione, naturalmente:
ci volle più di un anno. Ma ci avrei messo molto meno se non
fosse stato per mia moglie. Il primo pomeriggio ero riuscito a scrivere,
sullo slancio, ben cinque capitoli: ero in largo vantaggio sulla tabella
di marcia, e mi sembrava di aver fatto un magnifico lavoro. Gongolante,
stampai i cinque pezzi, li portai da leggere a mia moglie pregustandone
il plauso. Macché, mia moglie disse che quello che avevo scritto
era un po' noioso. Mi difesi, feci notare che dopo tutto era un libro
di Fisica. Ma la mia sorte era segnata, avevo capito io stesso che
così non andava: ci voleva ben altra verve, ben altra leggibilità.
Tutto, dunque, da rifare, tutto enormemente più difficile.
Fu in effetti, nell'insieme, una gran fatica. Altro che due capitoli
al giorno! Alcuni capitoli li scrissi in effetti di getto, altri però
mi costarono settimane di tormenti. Il capitolo 73, quello che si
intitola Ditelo con un bastone e che a me sembra il più
riuscito, mi fece letteralmente dannare: dovetti tra l'altro arrangiarmi
ad organizzare nella cucina di casa (ero in montagna) alcune rudimentali
esperienze di ottica per venire a capo di un dubbio che mi aveva improvvisamente
assalito.
Trovare un editore fu un'impresa. Conservo le lettere: tutti si complimentavano
«per l'idea e per la realizzazione», ma tutti si tiravano
indietro. Non se la sentivano: non ostante io avessi tenuto, nel libro,
un tono bonario, mai saccente, mai litigioso, e nonostante mi fossi
ben guardato dal fare nomi, limitandomi a dare indicazioni molto generiche
circa le fonti (testo per il liceo scientifico, testo universitario
americano, e così via), la denuncia appariva evidentemente, editor assistant (così
si firmò) di una prestigiosa collana fu molto esplicito: scrisse
«Ho molto apprezzato il suo lavoro, e le sue argute chiose mi
trovano d'accordo», ma subito aggiunse: «Per franchezza
le dirò che mi pare difficile che un qualche editore possa
pubblicare un libro come questo». Un amico che la sapeva lunga
mi disse che stavo sbagliando tutto: non dovevo rivolgermi all'editore
classico, dovevo rivolgermi all'editore «trasgressivo».
In extremis, quando ormai mi stavo rassegnando alla strampalata idea,
mi raggiunse la telefonata di Vittoria Calvani, direttrice editoriale
presso un editore che meno trasgressivo non si poteva (Sansoni, Firenze).
Praticamente parlò solo lei: aveva visto alcuni miei capitoli,
era entusiasta, aveva anche già ricevuto l'O.K. del fratello
(un fisico universitario di Roma), voleva assolutamente fare il libro.
Mi lasciai travolgere, non feci domande, non posi condizioni: cinque
giorni più tardi il contratto era bell'e firmato.
L'editore si comportò con me in modo squisito, lo ricordo con
gratitudine: sul contratto c'era scritto che, in sede di correzione
di bozze da parte mia, variazioni «superiori al 2% del totale
della composizione» sarebbero state a mio carico. Nessuna spesa
mi venne invece accollata: e sa Dio di quanto le variazioni da me
fino all'ultimo richieste superarono il limite prefissato! Qualche
piccolo problema mi venne dal mio redattore: costui era una seria
e coscienziosa persona, e il fatto che, nel libro, io trattassi di
cose così serie in modo ilare e faceto gli doveva apparire
sconveniente. Parlando, ad esempio, del modo di usare, nei calcoli,
i simboli delle unità di misura, avevo a un certo punto scritto
che «gli Autori americani sono, in questo, di un rigore implacabile».
L'aggettivo implacabile voleva esprimere ammirazione, ma
conteneva al tempo stesso l'idea che, in tanto accanimento, ci potesse
forse essere un filo di pedanteria: in ogni caso, l'intonazione scherzosa
del termine mi sembrava evidente. Mi ci volle del bello e del buono
per convincere il mio uomo, penso anzi che alla fine si sia arreso
solo perché, dopotutto, l'ultima parola spettava a me: implacabile per lui era fuori luogo, insisteva perché venisse sostituito
con un più morigerato ineccepibile.
Anche il sottotitolo del libro fu, prima della pubblicazione, motivo
di discussione. Il sottotitolo da me proposto era Come imparare
a non fidarsi del manuale scolastico: un sottotitolo che aveva
l'evidente intenzione di provocare, di pungere. La battagliera Calvani
era d'accordo, il direttore generale no, quel sottotitolo era a suo
dire troppo tagliente: non possiamo, disse, siamo anche noi editori
scolastici. Ero sicuro che la rinuncia a quel sottotitolo ci sarebbe
costata almeno il 50 per cento delle possibili vendite, ma non ci
fu nulla da fare. Ripiegai allora su: Guida pratica alla cantonata
d'autore. Ma il grande capo disse ancora no, il termine «cantonata»
era offensivo. Fu così che la cantonata sbiadì,
svaporò, diventò una semplice svista. E in
effetti nessuno dei colpevoli, che almeno io sappia, si ritenne offeso.
Sul mio libro vennero per lo più scritte, nelle recensioni,
cose tanto laudative quanto superficiali, a volte abbastanza sciocche:
compresi che le critiche ai libri si possono anche fare (e forse in
genere si fanno) dopo aver dato, ai libri, non più che una
rapida sbirciata; a volte, l'unica vera preoccupazione del recensore
mi sembrò quella di dare importanza a se stesso. Ma pazienza,
furono anche scritte cose assai simpatiche*. Parve in definitiva assodato
che il libro si possa leggere, perfino da chi non conosce la Fisica,
con qualche diletto: è la «leggibilità»
che mia moglie reclamava quel pomeriggio di dicembre ormai lontano.
Se poi penso ai riconoscimenti arrivatimi per via epistolare o telefonica,
e tengo conto della provenienza, be', non posso non considerarmi soddisfatto**.
Ma il complimento più carino è un complimento, guarda
te, a carattere gastronomico. È venuto molto più tardi,
solo qualche mese fa, da una giovane insegnante di liceo: ci siamo
incrociati per caso, non ci conoscevamo, lei non conosceva il mio
libro. Ormai, trovarlo in libreria è impossibile (tant'è
che sto pensando a una nuova edizione), gliene ho procurato io una
copia. Un paio di settimane più tardi lei mi ha inviato un
messaggio di posta elettronica: apprezzava il libro, ne leggeva un
capitoletto ogni sera prima di andare a letto. È diventata
un'abitudine, mi ha scritto, un momento atteso, pregustato: «come
un sorso di limoncello». Rendo l'idea? So bene di aver fatto
una piccola cosa, una cosa assolutamente modesta a confronto di quanto,
in materia di didattica e divulgazione scientifica, altri hanno fatto.
Ma la domanda è questa: a quanti di costoro è capitato
di sentir paragonare le proprie pagine a un sorso di limoncello?
Chissà, forse solo a me. E benché dopo cena, a consolazione
ed oblio degli affanni della giornata, io mi regali preferibilmente
un sorso di mirto, il complimento del limoncello io me lo tengo ben
stretto. Ci tengo proprio. Credo che veramente sia l'ultimo, tra quanti
il mio librino può aver ricevuto, a cui vorrei rinunciare.
*) Del tipo: «L'opera è
meritoria»; «L'analisi è condotta con mano lieve
e spesso con vivo senso dell'umorismo»; «Lo stile è
chiaro, semplice, brillante»; «Gli esempi sono scelti
e analizzati con molta intelligenza e arguzia»; «Il libro
inaugura un nuovo genere letterario, la satira scientifica».
**) Sotto questo aspetto, la soddisfazione
più grande mi venne da uno scrittore, uno dei nostri maggiori:
è una lettera che conservo gelosamente, la data è 28
aprile 1992, la firma è di Giuseppe Pontiggia.
c) L'altra prefazione
Incerto sul "tono" da dare alla prefazione, ne avevo predisposte
due. Una più seria, sicuramente più adatta al lato letterario
e narrativo del libro. E una brillante e scherzosa, più adatta
forse a introdurre il libro inteso come manuale (molto sui generis) di
cucina. Ho oscillato fino alla fine tra le due possibili soluzioni senza
riuscire a decidere per l'una o per l'altra. Ho in definitiva lasciato
la scelta all'editore, che ha scelto la prima. Riporto qui di seguito
l'altra.
La mia speranza, amico lettore, è
che la lettura di questo libro ti sia lieve e giovi a ricreare il
tuo spirito. Nel caso ciò non dovesse accadere, vorrei pregarti
di considerare che la responsabilità del malfatto è
solo in minima parte mia. Dopo tutto, io sono solo l'autore: la responsabilità
vera, profonda, va fatta risalire agli ispiratori. E gli ispiratori,
ancorché del tutto inconsapevoli (ciò dovrà essere
tenuto presente a loro discolpa), sono alcuni miei colleghi carissimi:
matematico il primo, filosofo il secondo, fisico il terzo. Sono loro
che, mal consigliati dall'amicizia che vicendevolmente ci lega, hanno
sparso per il mondo la voce che a casa mia si mangia divinamente;
e che, a più riprese alimentando tale diceria, hanno creato
i presupposti perché, a un certo punto della vita, io mi sentissi,
a ragione o a torto, moralmente tenuto a scrivere un libro di cucina.
Un atto dovuto, per così dire: e anche, da ormai parecchio
tempo, un pensiero continuo, un chiodo fisso che stava seriamente
pregiudicando la mia capacità di concentrami su impegni
più consoni al mio status professionale.
Che poi, in realtà, questo non possa in alcun modo essere considerato
un libro di cucina, ma solo una collana di racconti autobiografici
a sfondo gastronomico, sia pure con qualche parentesi più
tecnica, si deve alla mia natura di scribacchino impenitente: a motivo
della quale la voglia di raccontare ha ben presto preso in me il sopravvento
su tutto il resto, condizionando l'intero lavoro. Mai avrei immaginato
quanto della mia vita - ma forse della vita di noi tutti - può
essere ripercorso seguendo il filo, in apparenza così esile
e inadeguato, dei ricordi legati al cibo! Man mano che, scrivendo,
me ne sono reso conto, il lato gastronomico è diventato meno
importante, e nella maggior parte dei racconti è passato in
secondo piano: in alcuni capitoli, del progetto primitivo è
rimasta una traccia appena riconoscibile. Ma forse è meglio
così, di libri di ricette ce n'è in giro fin troppi,
e la mia rinuncia a scrivere un libro di cucina è probabilmente
un bene per tutti.
In ogni caso, voglio mettere le mani avanti: dopo aver speso buona
parte della vita - e non ho ancora finito - a scrivere di Fisica,
con l'assillo di dire sempre e solo e a qualsiasi costo cose vere,
comprovate, totalmente certe, assolutamente indiscutibili, qui finalmente,
trattando di cose mangerecce, ho voluto scrivere in tutta libertà.
Rivendico questo diritto, l'ho esercitato fino in fondo. So di essermi
esposto a qualche rischio, so che potrò essere chiamato a pagare
per qualche mia affermazione un po' imprudente: non importa,
pagherò, la libertà non ha prezzo. Del resto, amico
lettore, io non voglio convincere nessuno. Se non sarai d'accordo
con le mie idee gastronomiche, pazienza, non è questo il punto:
l'importante è che io mi sfili il chiodo, che tu legga - come
spero - con qualche diletto e che la libertà trionfi. Buona
lettura, dunque, buon divertimento. E naturalmente buon appetito.
Recensioni
a) "Libro da godersi come una prelibatezza"
(sito Internet www.stradanove.net)
b) "Un gustoso/delicato amarcord" (settimanale Sorrisi
e canzoni)
c) "Non comune maestria narrativa" (Tuttoleone)
d) "Un gusto ed una competenza che lasciano ammirati" (Ex News, notiziario
ex alunni Leone XIII)
e) "Un piccolo, commovente diario privato... Una scrittura lieve e intensa"
(sito Internet del Club Papillon)
f) "Una gradevole salsina di umorismo che riconduce l'insieme e il lettore a ciò che il cibo dev'essere" (La Civiltà Cattolica)
a) Ormai una madeleine non è più una
semplice madeleine. Ormai è diventato impossibile gustare uno
di questi dolci senza pensare, 'Proust, la Recherche, Combray, le
fanciulle in fiore'. Ormai mangio una madeine solo quando rileggo
Proust, mi aiuta a concentrarmi. Adesso che però sappiamo il
legame tra cibo e ricordi, perché non domandarci quale sia
la nostra madeleine? Magari con un nome meno femminilmente romantico
ma che ugualmente mette in moto la nostra memoria?
È quello che fa Giovanni Tonzig in questo libro da godersi
come una prelibatezza, "L'intimo intreccio", sul rapporto stretto,
e nello stesso tempo intimo perché coinvolge i nostri affetti,
tra vita e cucina. Giovanni Tonzig non è un cuoco, tutt'altro.
Giovanni Tonzig è un professore di Fisica che ha insegnato
nei licei, è professore a contratto del Politecnico di Milano
e ha pubblicato un libro, "100 errori di Fisica pronti per l'uso",
che è diventato un classico della saggistica didattico-scientifica.
Ci stupisce dunque che si aggiri intorno ai fornelli? Niente affatto,
anzi, ci pare il perfetto equilibrio tra concreto e astratto, tra
grafici ed aromi, tra cervello e sensi.
Procede a ruota libera, il libro di Tonzig, seguendo il percorso disordinato
della memoria, anche se prende l'avvio da un tempo lontano con "A
tavola in famiglia" e i ricordi delle fissazioni paterne sugli orari
dei pasti o su abitudini alimentari importate da altri paesi. La famiglia
e gli amici, le due nonne e la moglie, il cuoco del ristorante ligure,
il figlio Filippo e gli alunni delle classi in cui insegna - i bozzetti
delle persone sono resi vivi dal loro comportamento in cucina, dai
commenti davanti ai piatti, dalle esperienze fatte insieme in un ristorante
o in una trattoria.
Paragonando un risotto ai frutti di mare - che delusione - mangiato
con gli alunni in gita scolastica a Venezia con un altro risotto gustato
in una trattoria sconosciuta. Raccontando della forma di fontina comprata
sotto prezzo perché caduta dal camion - forse era sembrata squisita
perché mangiata durante il campeggio estivo della scuola, quando
lui e si suoi compagni barattavano salamini per una cotognata e alla
sera cantavano i canti della grande guerra vicino al fuoco. Smentendo
la fama dei funghi, con qualche suggerimento di ricetta. Ricordando
le vacanze del dopo guerra sull'altopiano di Asiago, quando ancora
suonavano le campane e non quegli orrendi dischi registrati. Domandandosi
quale sia il segreto del buon caffè, e più genericamente
quale sia il mistero per cui un alimento squisito mangiato in un luogo
- al mare, per esempio - divenga scipito a Milano. Elencando i "magnifici
dodici da non dimenticare" (ma no, non è un banale elenco,
ogni piatto indimenticabile è sempre legato allo schizzo di
un ricordo, ad un luogo, ad un tempo e a delle persone) e i piatti
èmeglio cancellare dalla memoria.
Solo il capitolo dell'acqua trasformata in vino alle nozze di Cana
ci è parso inserito forzatamente in questo viaggio lungo una
scia di ricordi profumati, rievocati sempre con brio e umorismo, leggeri
come i piatti dei cuochi migliori. Un libro ricco di atmosfera e anche
specchio di abitudini di una società e di una cultura che vediamo
sparire con rammarico. Da divorare.
(Marilia Piccone, 18 gennaio 2007)
b) L'intreccio, che ci viene genialmente anticipato
dalla copertina e poi deliziosamente descritto, è quello tra
storie di cibo e storie di gente, tra ricette e ricordi, tra menù
e sentimenti. L'Autore, ingegnere, prof di Fisica, fondendo ingredienti
e parole trova la formula di un gustoso/delicato amarcord.
(Alberto Carloni su Sorrisi e canzoni, 22 gennaio 2007).
c) Aprendo il libro recentemente pubblicato dal "nostro"
Giovanni Tonzig, docente di Fisica al liceo sino al 1998 oltre che
ex alunno, occorre fare attenzione al titolo completo: L'intimo
intreccio. Storie di cibo e di gente (Bietti 2006). È
proprio la seconda parte che ne rivela il significato più vero,
dando modo anche a chi, come me, non ha mai avuto alcun interesse
per l'arte culinaria, di trovare motivi per appassionarsi alla sua
lettura, sino a consigliarlo a molti amici.
Cibo e gente, ma direi anche cibo e luoghi, cibo e tempi...
sono davvero intimamente intrecciati tra di loro nella mente di chiunque;
solo che molto spesso non ci facciamo caso, non ne approfondiamo il
valore: un piatto particolarmente apprezzato, o viceversa decisamente
impresentabile, facilmente rimanda alle persone che lo hanno preparato
o assieme a cui ci siamo ritrovati a tavola, all'occasione che è
stata teatro di quel momento, al contesto in cui tutto ciò
è avvenuto...
Basandosi su di un'ottima memoria, come pure ad una reale ed approfondita
esperienza culinaria - che sorprende chi abbia avuto di lui solo una
conoscenza occasionale - , Tonzig ci porta a spasso nel tempo, offrendo
anche ai "non addetti ai lavori" indicazioni interessanti
in fatto di cucina, ma soprattutto coinvolgendoci attraverso memorie
di vita tracciate con non comune maestria narrativa.
Dalle pagine del suo testo prendono forma situazioni e volti a noi
ignoti, ma che a poco a poco sentiamo più vicini, quasi amici;
particolarmente interessanti i ricordi della sua infanzia e prima
gioventù (tra questi, un intero capitolo, il settimo, dedicato
al Leone, che la nostra rivista ha proposto in anteprima sul numero
di settembre 2006), l'epoca attorno alla seconda guerra mondiale,
con la difficoltà a reperire cibo e l'abilità delle
donne di allora a mettere assieme un pranzo accettabile, le esperienze
maturate con i suoi allievi, ma anche in altre e insospettate attività
lavorative.
Come pure, affascinano certi personaggi legati al cibo, quali ristoratori
o persone comuni, grandi esperti o cuochi casuali; vorremmo averli
conosciuti anche noi o, meglio, vorremmo aver fatto tesoro di questi
incontri così come Tonzig ha saputo fare, come ci insegna a
fare.
E ancora, quanta curiosità per luoghi da lui frequentati, spesso
in periodi di riposo o anche durante gite scolastiche, che vanno a
disegnare una "guida d'Italia" davvero particolare!
E poi, evidentemente, nel libro ci sono molte indicazioni puntuali,
ed anche ricette, su quel che si prepara a tavola. Mai però
presentate col sussiego, tra l'esaltato e il normativo, cioè
con quella modalità che è propria di quasi tutti i manuali
di cucina; in questo argomentare emerge una tonalità ironica
che è tra le cifre più interessanti di questo scritto.
La si può apprezzare sin dalla pagina introduttiva, dedicata
con molta signorilità al lettore. Tonzig si presenta
così: "Sfortunatamente sono un ingegnere"; e poi
prosegue: "Lo so, gira voce che, cuoco o non cuoco, io in cucina
me la cavo egregiamente". Oppure, la si trova nelle non molte
note a piè di pagina, poste quasi come a completamento, anche
narrativo, di vicende particolarmente curiose. Val la pena di leggerle,
come pure di lasciarsi accompagnare in tutto questo significativo
viaggio.
Alla fine, dai ventinove capitoli in cui si snoda il testo, ciascuno
potrà liberamente ritenere quel che più può essergli
utile: un suggerimento gastronomico, lo stimolo a visitare un luogo,
o a ritornare con sguardo nuovo a luoghi già conosciuti, ma
soprattutto una passione per la vita, per la storia del proprio tempo
e per le persone, che dà sapore anche ai momenti quotidiani.
(Prof. Luca Diliberto su Tuttoleone, rivista dell'Istituto
Leone XIII di Milano, marzo 2007)
d) Nessuno di noi si è mai reso conto di quanto
della nostra vita può essere ripercorso seguendo il filo dei
ricordi legati al cibo. Proprio questo, cioè stabilire un "intimo
intreccio" tra elementi gastronomici ed episodi realmente accaduti,
ha realizzato l'autore, che si è lasciato quasi inavvertiamente
guidare dal dipanarsi stesso dei racconti. Ne è nata una ricchissima
galleria di personaggi disparati, "conditi" (è proprio il caso
di dirlo) da un'equilibrata eleganza stilistica e da un gusto ed una
competenza specifica che lasciano sinceramente ammirati.
(Mariella Malaspina su Ex News, maggio 2007)
e) Non c'è solo elaborazione gastronomica,
manicaretti più o meno buoni, vini; il vero gourmet va ben
oltre, e la cucina rappresenta una maniera di parlare con l'altro
e con la propria storia personale. Così il racconto di una
vita da amante della gastronomia può diventare un piccolo,
commovente diario privato dove il dialogo può scaturire, silenzioso,
dal gesto culinario più semplice. Con una scrittura lieve e
intensa Tonzig giunge al cuore delle cose e scopre come alla tavola
si intreccino gioie e dolori di un'esistenza, ripercorrendo piatto
dopo piatto il proprio vissuto, dai ricordi dell'infanzia alla maturità.
Consigliato a chi crede ancora che la cucina sia una forma di poesia.
(Fabio Molinari nel sito www.clubpapillon.it)
f) Un libro, si direbbe, di letteratura minore. Quasi un rapido diario della vita, ma che usa come filo conduttore il tema del cibo: la passione dell’A. per la cucina, il suo fiuto di buongustaio, i suoi successi e insuccessi nella ricerca di ristoranti degni di questo nome o di semplici “pacchetti” da mettere nello zaino per una gita. Con questa falsariga si ripercorrono gli anni dell’infanzia, quelli dello studio, della famiglia e del lavoro. Il tutto condito con una gradevole salsina di umorismo, che riconduce l’insieme e il lettore a ciò che il cibo dev’essere: una umanissima e indispensabile esperienza di vita e di convivialità.
Da sempre la comunione di mensa è anche comunione di vita. Mangiare non è soltanto nutrirsi o una faccenda da sbrigare. È anche un aspetto dell’avventura umana e, non ultimo, talvolta un rito. Ed è la presenza degli altri: familiari, parenti, amici, compagni, allievi ecc. che dà alle pagine dell’A. pure lo sguardo disincantato di chi sa che le proprie passioni, in fatto di cucina, possono anche non essere condivise. Lasciamo anche noi il giudizio agli esperti. L’importante è che gli altri ci siano, per scoprire con loro un fondo di valori che danno sapore alla vita.
(Gianpaolo Salvini, La Civiltà Cattolica, n.3770 del 21 luglio 2007)
Messaggi
1.
In una lettera datata 28 aprile 1992,
Pontiggia si era congratulato con me per il mio libro "100 errori
di Fisica pronti per l'uso", che, su suggerimento dell'editore, gli
avevo fatto avere con alcune indicazioni sulle pagine più facilmente
leggibili da parte di chi sa poco di Fisica ("Ho molto apprezzato
il Suo libro... diverte, ma anche concentra l'attenzione su punti essenziali...
La ringrazio delle Sue 'segnalazioni' di lettura, ma ho letto, capendolo
solo in parte - ma sempre con un divertimento traslato e metaforico
- anche il resto... Il libro è scritto con misura ironica e amabile...
Ricambio vivamente la Sua stima"). Forte di tale fortunato precedente,
nel settembre del 2002 inviai a Pontiggia il manoscritto dell'Intimo
intreccio. Formalmente, nel biglietto di accompagnamento non chiedevo
nulla, né valutazioni né appoggi: ma chiaramente Pontiggia,
aduso a queste vicende, mi lesse nel pensiero e mi rispose di conseguenza.
La sua risposta tardò peraltro parecchio, quattro mesi: la
data è 10 gennaio 2003. Stringe il cuore leggere le parole
con cui Pontiggia accenna a "condizioni di salute non ottimali"
e dice che deve stare "molto riguardato": cinque mesi più
tardi, stroncato da un collasso cardiocircolatorio, Giuseppe Pontiggia
moriva nella sua casa di via Farneti, a Milano.
Ecco la sua lettera (la citazione a cui si
fa riferimento nelle prime righe è quella della nota 2 del
capitolo, poi soppresso, "Un sorso di limoncello"). Cliccando
qui è possibile scaricare il PDF con la scansione del documento
originale.
Gentile Prof. Tonzig, mi dispiace di non averle scritto
prima, ma è stato un periodo caotico: un intensificarsi degli
impegni in seguito alla uscita del mio libro e condizioni di salute
non ottimali (devo stare molto "riguardato"). Ho fatto percorsi e
sondaggi dentro il testo (grazie per la citazione lusinghiera) e ho
ritrovato quello stile nitido, lucente, preciso, screziato di ironia
e ricco di vitalità, che mi aveva colpito. Non posso però
darle un giudizio più accurato e analitico, perché sarebbe
affrettato, dato i tempi troppo rapidi della lettura. Inoltre, glielo
confesso con franchezza, a parte i problemi di tempo ho resistenza
a darle un giudizio che valga anche come presentazione o avallo editoriale:
ho smesso da molti anni il lavoro di collaborazione "attiva" con le
case editrici e questo campo è diventato, nel frattempo, molto
deludente. Nei rari casi in cui ho fatto da "tramite" di un testo
oppure è stato citato un mio giudizio, gli editori non hanno
risposto o hanno risposto, negativamente, dopo un tempo esasperante.
Le sembrerà strano, ma è così. È mutata,
anche per la brutalità dei condizionamenti commerciali, la
civiltà dei rapporti: e gli editori, anche se rispettano formalmente
un giudizio, vogliono decidere sulla base di criteri "interni" spesso
indecifrabili (oppure troppo) e di valutazioni economiche-pubblicitarie
altrettanto sfuggenti. Perciò ho deciso di evitare presentazioni
e anche suggerimenti, per risparmiare frustrazioni inutili agli autori
e a me. Troppe delusioni.
Spero capisca la mia reazione, che nulla ha a che fare con la stima
profonda e la simpatia che ho per Lei e per il Suo lavoro.
Le mando i miei auguri migliori per il nuovo anno. E i miei saluti
più cordiali
Giuseppe Pontiggia (Milano, 10 gennaio 2003)
2.
Mi ha dato un divertimento immenso il capitolo "pesce scaccia pesce"... mi sono piaciute molto le cose che hai scritto, ne ho riso tanto!
(Rita Serafini, 23 novembre 2003)
3.
I racconti su tuo padre sono davvero esilaranti e commoventi. Il ricordo, l'ironia e l'affetto sono "amalgamati" (per usare un termine della cucina) con grande sapienza.
(Amina Bonacina, 11 gennaio 2005)
4.
È delizioso, è uno straordinario regalo.
Devi sapere che in questo periodo sto rileggendo (leggendo?) Proust.
Un impegno di lunga lena, su una edizione critica molto impegnativa,
una cosa da prendere con calma e pazienza. Ma appena ho aperto ad
una pagina a caso il tuo libro e gettato lo sguardo sulle prime righe,
non ho potuto smettere. Quindi sono ripartito dall'inizio e sto continuando
con immenso piacere. Questa tua meravigliosa creazione avrà
molto successo.
(Guido Pegna, università di Cagliari, email del 21 dicembre 2006)
Sto continuando a leggere. Questa mattina sono rimasto
molto toccato dalla pagina sulle campane sull'altopiano di Asiago,
nelle valli...alta poesia. Tutto il contrario del fastidio insopportabile
e dell'odio insanabile che le campane suscitavano in Gadda! L'accostamento
al "Il Sistema Periodico" di Levi (nostro insostituibile
maestro) mi sembra sempre più pertinente: non avrei remore
ad indicarlo esplicitamente in una eventuale successiva edizione l'anno
prossimo.
(Guido Pegna, università di Cagliari, email del 23 dicembre 2006)
5.
Mi unisco al coro dei commenti favorevoli al tuo
libro. L'ho letto divertendomi, forse perchè conoscevo l'autore,
ma a tratti mi sono anche commosso quando ho ritrovato la nostra gioventù.
Sei stato sublime nel capitolo "quando la fontina scendeva dal cielo"
nel rendere in poche paginette la magica atmosfera del campeggio di
Planpincieux. Ma è tutto molto bello, molto vero.
(Enrico Mezzetti, compagno di scuola, 26 dicembre 2006)
6.
Ho riletto bene e con calma e completezza il tuo libro
durante le vacanze e ne sono stata ancora più entusiasta.
(Mariella Malaspina, già preside del Leone XIII, email del 10 gennaio 2007)
7.
L'ho letto con molto piacere, anche con non poca
commozione. In fondo i tuoi ricordi degli Anni 50 sono i miei... e
poi il Leone, le gite scolastiche, fratel Bortolon (bravo che l'hai
ricordato! ed è vero che traballava sempre nel grembiule bianco,
anche da giovane), le vacanze di quegli anni lontani...
(Alberto Carloni, capo redattore controllo qualità settimanale
Sorrisi e canzoni, email del 10 gennaio 2007)
8.
Ieri sera, mentre ero in metropolitana, ho iniziato a leggere le prime pagine, e mi sono proprio divertita. Ho anche rischiato di non scendere alla mia fermata perché troppo presa dalla lettura!
(Cristina Apa, 11 gennaio 2007)
9.
Il tuo libro mi è piaciuto veramente: adesso
però ho qualche incertezza nell'invitarti a pranzo a casa mia...
(Piergiorgio Gallinoni, presidente Associazione Amici del Vittorioso,
email del 30 gennaio 2007)
10.
Caro Tonzig, la ringrazio per Ultimo intreccio; l'ho
letto e l'approvo in tutto. La ringrazio e le auguro un buon carnevale
odoroso di frittole e crostoli.
(Mario Rigoni Stern, Asiago, 7 febbraio 2007)
11.
Non sono riuscita a smettere di leggere. Ho incominciato
e ... ho chiuso al termine del libro il mattino successivo. Che meraviglia!
Scorrevole, piacevole e molto interessante.
(Patrizia Montorfano, prof. di Chimica e Tecnologia degli alimenti,
email 18 del febbraio 2007)
12.
Dopo poche pagine mi ha preso e me ne sono abbuffato
ignobilmente. Mi consola pensare che essere ingegneri, pur rimanendo
un peccato di gioventù, ha talvolta esiti ... non infausti.
(Luigi Mojoli, email 24/2/2007)
13.
Ho letto il tuo libro e ti faccio i miei complimenti!
estremamente piacevole e coinvolgente!
(Ferruccio Rapetti, ex alunno del Leone XIII, email 25/2/2007)
14.
Il tuo libro di gustosissimi "percorsi" culinari
non solo mi ha molto divertito, ma mi è stato di grande sollievo
e conforto in tanti momenti, a tratti penosi e difficili.
(Nicolò Codini, ex alunno del Leone XIII, 12/3/2007)
15.
Ho apprezzato non solo i ricordi leoniani... ma anche
l'umorismo con cui condisci il tutto per i tuoi lettori e che vale
come un'ottima salsina.
(Gianpaolo Salvini S.J., direttore di "La Civiltà Cattolica").
16.
Stimolato dalla recente recensione dell'Intimo intreccio
fatta da Luca Diliberto su Tuttoleone, mi sono precipitato ad acquistare
il libro che ho letto con sommo godimento in un sol respiro... Spero
di leggere presto un tuo altro lavoro, perchè sei un narratore
nato, piacevole e che sa far amare ciò di cui parla.
(Roberto Buonamico, email del 9 aprile 2007)
17.
Abbiamo molto apprezzato il tuo ultimo libro. La
tua scrittura è profonda ma scorre leggera, soprattutto quando
ricordi gli avvenimenti, i profumi, i sapori e i colori della famiglia
che sono davvero commoventi e indimenticabili.
(Giovanna Conte e Alberto Sartori, email del 12 aprile 2007)
18.
Per quanto riguarda il suo libro non l'ho letto,
ma l'ho divorato. È stato bello e a volte anche emozionante.
Ci sono dei racconti eccezionali.
(Barbara Storaci, email del 3 maggio 2007)
19.
Ho appena finito di leggerlo, o meglio di "divorarlo"...
Ho gradito in particolar modo l'equilibrio con cui racconti più
spiritosi (a volte veramente divertenti) si alternano ad episodi velati
da un accento malinconico.
(Chiara Rizzatti, 9 giugno 2007)
20.
Ho letto con gran gusto e in pochi bocconi (per stare
in tema) il tuo bel libro... è uno dei libri più gustosi
dell'anno.
(Franca Bianchi Iacono, 10 giugno 2007)
21.
[Questo è un commento a dir poco sorprendente, un unicum assoluto nel panorama dei commenti fin qui ricevuti. GT]
Ho letto il libro. Lo rinominerei : "Il sesso in cucina", oppure "Erotismo in cucina". Visto che non vedevo l'ora di darTi un voto in pagella, eccoci:
1. leggibilità: 8
2. condivisione culinaria: 8
3. sapori: 9
4. odori: 7
5. colori 6 -
6. rimpianti 9
7. malinconia 10
8. narcisismo (mascherato) 10
9. appetito sessuale: 10
10. erotismo 10.
È un libro in cui traspare una forte sensualità che sembra aver trovato il proprio sfogo (senza peccato e senza sensi di colpa) nel cibo… Sei sicuro che il "caldo con caldo" si riferisca solo al cibo?
(Claudio Zarotti, mio ex alunno della prima ora, luglio 2007)
22.
Finalmente sto leggendo il tuo Intimo intreccio e voglio anticiparti ancora prima della fine che l'ho trovato molto gradevole, ben scritto, ti fa affezionare. Forse perché le vite degli uomini di una certa appartenenza sono tutte così simili e parallele. Quante circostanze della tua esistenza che coincidono con le mie, quanti luoghi, pensieri, ricordi, considerazioni! Magari mi rifarò vivo a libro terminato. Intanto, di nuovo mi complimento e ti dico: bravo.
(Andrea Frova, Università di Roma La Sapienza, email 14/11/07)
23.
Ho subito letto il testo sulla copertina con la presentazione del libro e dell’autore. Sono rimasto un pò perplesso perchè non sono un goloso. Oggi ho letto il tuo libro e sono rimasto subito preso dal modo garbato con cui hai intrecciato i tuoi ricordi gastronomici con le vicende della tua famiglia. E' un libro di racconti che ho apprezzato in toto, anche nelle pagine più strettamente tecniche della gastronomia. Con un pò di rimpianto confesso di non aver avuto conoscenza della profondità dei tuoi sentimenti e di averti poco conosciuto in passato. Con questo libro mi hai dato percezione della tua cultura e della tua sensibilità. Di ciò ti ringrazio profondamente.
(Paolo Coraluppi, 13/12/2007)
24.
È un libro prezioso,deve essere letto almeno due volte. Già il titolo richiama attenzione e suscita curiosità. Inutile dire che ho fatto tesoro delle sue ricette e del suo galateo. Piacevolissima la lettura. Direi che ogni qualvolta ci si accinge alla lettura si avverte un senso di gioia come davanti una tavola ben imbandita, quasi ci si preparasse a un delizioso pranzo. Grazie per avermi fatto partecipare a tanti ricordi. È veramente un libro che merita di essere letto perché reca un vento di serenità e di piacere. Grazie.
(prof. Vinicio Romano, 16/4/08)
25.
Io credo che il tuo bel libro valga a rivelare non solo lo stretto rapporto (l’intreccio, come tu dici) che tra cibo e memoria, tra cibo e vita così spesso intercorre, ma anche, a pieno titolo, l’incontro e l’abbraccio tra cibo e letteratura.
(Luca A. Ludovico, Università degli Studi di Milano, 1/11/08)
26.
La lettura e' gradevole come quello di un libro di Rigoni Stern. Chissa' che non sia la magia dell'altopiano a infondere e plasmare grazia, semplicita', chiarezza e concretezza... Come per i libri piu' belli, di capitolo in capitolo, mi riprometto di tornare indietro ad approfondire la lettura.
(prof. Giuseppe Dalba, direttore del Dipartimento di Fisica dell’Università di Trento). |