Giovanni Tonzig

Note autobiografiche

Un colpo di fortuna

Ho avuto la fortuna di poter fare, nella vita professionale, esattamente quello che mi interessava: studiare e insegnare la Fisica. Dirò meglio: studiare la Fisica per poi insegnarla. Fin dagli anni del liceo l'idea mi affascinava: riuscire a capire le idee della Fisica in modo abbastanza profondo da poterle poi esporre in modo diverso da quello dei miei libri di testo: in modo assolutamente rigoroso, e tuttavia con grande semplicità, con grande chiarezza. Non solo le idee della Fisica, peraltro. Ricordo ad esempio che, insoddisfatto dei testi di Filosofia che avevo sotto mano, nel corso dell'ultimo anno del liceo trovai il modo di riscrivermi l'intero programma, da Kant a Bergson (per la cronaca, l'esame andò più che bene. C'era un professore nevrotico, rompiscatole, che aveva il vizio di interrompere in continuazione: ci provò sulle prime anche con me, poi si placò, tacque, limitandosi da quel momento ad ascoltare).

Quando si dice il destino

Dopo qualche anno di lavoro nell'industria, cominciai, in seguito ad eventi del tutto fortuiti, ad insegnare Fisica (cosa che non avevo in alcun modo previsto). Pensavo che le competenze acquisite con gli esami universitari fossero largamente sufficienti ad assicurarmi, come docente di liceo, una vita tranquilla: chissà quanto tempo libero avrei avuto! Ma poche ore di lezione bastarono a farmi capire che avevo sottovalutato la difficoltà dell'impegno: è vero, "sapevo" una quantità di cose, ma... non le avevo capite abbastanza. Per superare, anche brillantemente, un esame universitario, basta in fondo dire le cose giuste: se poi non si è convinti di quello che si dice, pazienza. Ma spiegare è tutta un'altra faccenda: e rispondere alle domande dei ragazzi, a quelle strampalate, a quelle intelligenti e insidiose, è ancora peggio. Mi rimisi a studiare la Fisica, ripartii da zero: ebbi la straordinaria fortuna di potermelo permettere. Da allora (sono passati trent'anni) non ho più smesso. Così, oggi so per personale esperienza che, anche a livello della Fisica di base (quella che più mi affascina) non si è mai finito di capire: ho imparato che, per quanto si sia capito, è sempre possibile capire un po' di più, in modo più profondo, perciò più essenziale, perciò in definitiva più semplice.

Libri di testo

I due libri di testo che mi trovai in eredità dai docenti che mi avevano preceduto erano del tutto diversi l'uno dall'altro: uno era, in quel momento, il più diffuso nei licei, ed era per la verità un buonissimo testo (negli anni successivi fu a più riprese arricchito, modificato, abbellito, ma forse anche rovinato); il secondo era un obbrobrio. Il secondo lo abbandonai immediatamente, il primo in modo più graduale, dopo qualche settimana. Non l'avevo minimamente previsto, non sapevo a che cosa andavo incontro: cominciai a dettare ai miei alunni solo qualche riga sostitutiva, qualche frase integrativa, poi diedi loro qualche schema riassuntivo... fu l'inizio di un lavoro immane, durato ventisei anni: da allora i miei alunni studiarono esclusivamente sulle dispense da me predisposte e continuamente rielaborate. La mia ricompensa fu la gratitudine dei miei alunni (be', di alcuni di loro), che, se non altro, non ebbero il problema di mettere d'accordo il discorso del docente con quello del libro di testo, e poterono sempre permettersi il lusso di seguire la lezione senza doversi preoccupare di prendere appunti: lo vietavo espressamente, non sopportavo di non vedere gli occhi di chi mi ascoltava. Gli esami di maturità andarono sempre benissimo, anche perché si potevano portare all'esame due materie a scelta, e sempre, senza eccezione, i più bravi sceglievano Fisica (più Filosofia, o Italiano, raramente Storia o Scienze o Inglese). Incontrare i miei ex alunni iscritti a Ingegneria o Fisica era il momento più bello. Mi dicevano: abbiamo compagni bravi e bravissimi, ma quando c'è di mezzo la Fisica noi ci accorgiamo di essere di un altro pianeta... Era una grande soddisfazione, che mi ripagava di altre amarezze (a volte i genitori di qualche alunno che andava male in Fisica si lamentavano, nelle riunioni dei genitori o in presidenza, che i ragazzi non avevano neanche "un vero libro di testo", un libro di testo regolarmente in commercio...). Ma era insieme, per me, lo stimolo a fare ancora, a fare meglio: in realtà, di quanto avevo già fatto nessuno più di me vedeva il limite. Molto più tardi, le mie dispense di Fisica costituiranno la base preziosa per alcune pubblicazioni a destinazione universitaria: prima, con Utet, per i corsi del diploma universitario (in seguito soppressi) un testo di Fisica Generale in due volumi, un eserciziario di Meccanica e un eserciziario di Termodinamica; poi, con Maggioli, il libro Fondamenti di Meccanica classica e il libro La Fisica del calore.
Si veda sull’argomento anche l’articolo “Libri di testo, qual è il problema?”.

Il C.P.F.

All'inizio dell'anno scolastico 93/94 proposi agli alunni della mia scuola, il Leone XIII di Milano, di trovarci settimanalmente, al di fuori dell'orario scolastico, per imparare meglio la Fisica: quello che avevo in mente era di mettere i ragazzi nelle condizioni di partecipare degnamente alle annuali gare di selezione per le Olimpiadi della Fisica. L'idea piacque, si costituirono diversi piccoli gruppi ai diversi livelli: fu un'esperienza così positiva, così promettente che, a partire dall'anno scolastico 95/96, mi sentii in dovere di allargare la possibilità di partecipare anche agli studenti degli altri licei milanesi: nacque il C.P.F., il Centro Preuniversitario di Fisica Ruggero Boscovich. Non fu facile (eufemismo) fare in modo che i ragazzi venissero informati dalle rispettive scuole, barriere di varia e non sempre chiarissima natura si frapposero: tuttavia tre anni più tardi eravamo a 140 iscrizioni. Fu il massimo storico: in seguito, un po' perché col nuovo esame di maturità non c'era più la possibilità di "portare Fisica" e cadeva quindi per i ragazzi un potente stimolo, un po' perché le singole scuole andavano organizzandosi con attività pomeridiane di vario genere, si verificò purtroppo un forte calo. Nel frattempo, la fisionomia dei corsi era andata via via modificandosi: da cenacolo per pochi bravissimi interessati ad affermarsi nelle gare, a possibilità di approfondimento offerta ai tanti che, nella prospettiva di studi universitari di area scientifica, sentivano il bisogno di consolidare le conoscenze acquisite nel normale ambito scolastico.
I risultati furono comunque spettacolari anche a livello di gare per le Olimpiadi: in pochi anni, cinque vincitori assoluti di gara interprovinciale (province di Milano e Varese), sette vincitori di gara nazionale (nella quale vengono considerati vincitori ex aequo i primi dieci classificati), due presenze nella rappresentativa italiana (formata da cinque studenti). Nella gara interprovinciale del '99, sette dei primi dieci classificati (e in particolare i primi tre) erano fedelissimi del C.P.F.!
Attualmente l'attività del CPF è sospesa: a tale riguardo si legga l'articolo "CPF, la fine di un sogno" nella sezione "Gli articoli" di questo sito.

L'università

Nel 1991 l'editore Sansoni pubblicò un mio librino, intitolato 100 errori di Fisica pronti per l'uso: una raccolta di micidiali svarioni trovati nei testi scolastici di Fisica, ognuno brevemente commentato (si veda nel sito l'apposita sezione). Era la prima mossa, l'inizio della mia battaglia per una diversa didattica della Fisica. Stranamente, contro tutte le mie aspettative, il libro, del tutto ignorato a livello dei docenti di liceo - ai quali, scrivendo, avevo guardato come ai naturali destinatari - piacque molto a livello universitario. Un docente del Politecnico di Milano, il prof. Alfredo Dupasquier, mi propose di collaborare con lui tenendo le esercitazioni nel suo corso di Fisica Generale. Esitai parecchio, perché questo sconvolgeva la mia vita, i miei programmi. Poi, accettai: fu una buona decisione, anche se mi costò, negli anni successivi, un grande lavoro di approfondimento e allargamento delle mie conoscenze. In seguito, per tre anni tenni il corso di Fisica Generale per il diploma universitario in ingegneria (oggi purtroppo soppresso). 
Fu anche questa un'esperienza fortunata, con i miei studenti riuscii sempre ad avere un rapporto splendido. Per curiosità e divertimento del visitatore del sito, riporto qui di seguito alcuni dati dalla (complicatissima) valutazione didattica (leggi pagella) datami (obbligatoriamente, per legge) dai miei studenti dopo l'ultimo corso da me tenuto (anno accademico 98/99). Il primo numero è il punteggio complessivo medio in ambito Politecnico di Milano nelle ultime sette rilevazioni precedenti; il secondo numero è il punteggio medio più elevato tra quelli registrati al Politecnico in una singola rilevazione; il terzo numero è il mio punteggio. La valutazione andava espressa con un voto da 0 a 5. 

DISPONIBILITÀ ALLE SPIEGAZIONI 3,85 3,95 4,27
CONTINUITÀ LOGICA 3,58 3,73 4,02
DISCUSSIONE DI ESEMPI 3,51 3,69 4,12
EFFICACIA DELL'ESPOSIZIONE 3,38 3,50 3,95
EFFICACIA DEI CHIARIMENTI 3,48 3,67 4,14
COMPLETEZZA DEI TESTI 3,12 3,30 4,07

Nota: i miei studenti hanno lavorato sul mio Elementi di Fisica Generale. Come si può vedere, gli studenti furono piuttosto soddisfatti del mio corso (ma non si sopravvalutino i dati della pagella: per loro stessa ammissione, a volte i ragazzi si divertono a sparare i voti un po' a casaccio; per di più, sui voti medi, quelli delle prime due colonne, pesano le scadenti valutazioni date ai docenti meno graditi).

La grande battaglia

Durante i miei 26 anni di insegnamento nel liceo (l'ultimo è stato l'anno scolastico 97/98) mi sono continuamente venuto a trovare in una strana, scomoda posizione di controtendenza rispetto a una serie di concezioni didattiche tanto diffuse nel mondo della scuola quanto, a mio parere e secondo la mia esperienza, prive di reale fondamento. Nel '92, quando il mio libro sugli errori dei libri di testo era già in circolazione da un anno, mi presentai al Congresso dell'Associazione per l'Insegnamento della Fisica (A.I.F.) col seguente battagliero proclama.

Fisica e Scuola, qualcosa non va.
Relativamente all'insegnamento della Fisica, esiste e si va consolidando in Italia una situazione che a me pare pesantemente negativa. Tale situazione si può sommariamente (e, beninteso, solo ed esclusivamente come dato medio) delineare in questi termini.
1. I ragazzi che iniziano gli studi universitari devono (anche se capaci e impegnati!) ripartire da zero: quali che ne siano le ragioni, l'insegnamento preuniversitario della Fisica non funziona: serve, nel migliore dei casi, a trasmettere una serie di informazioni (regole, enunciati, formule, dati, notizie) ma la comprensione delle idee importanti è a livelli assolutamente insufficienti: lo sanno, lo capiscono, lo denunciano per primi gli stessi studenti.
2. L'insegnamento della Fisica soffoca sotto una spessa coltre di equivoci, di pregiudizi e di luoghi comuni inestirpabili, contro i quali è bestemmia sollevare obiezioni: vedi, ad esempio, l'imperante retorica del laboratorio, vedi la nuova religione dell'informatica, vedi l'uso distorto e mistificatorio di concetti come carattere sperimentale della Fisica, concretezza della didattica, collegamento col mondo del lavoro, aggiornamento dei docenti.
3. Sono in uso, e godono in qualche caso di un vasto e duraturo successo, libri di testo per i quali un provvedimento ministeriale di ritiro immediato dal commercio sarebbe ancora poco: questo è uno scandalo rispetto al quale la categoria dei docenti ha oggettivamente, al di là delle buone intenzioni di tutti, una precisa responsabilità.
4. Quanto ai testi di miglior livello - fatta astrazione dall'incredibile perpetuarsi di gravi errori concettuali in alcuni di essi - la scena a cui si assiste è questa: nella gara a superarsi l'un l'altro, nello sforzo di piacere e di impressionare, stanno diventando delle grandi, costose, illustratissime, ingombrantissime vetrine, dove l'approccio critico, la ricerca di senso, l'intenzione di capire, lo sviluppo d una capacità intellettuale di taglio scientifico soccombono fatalmente all'alluvione enciclopedica delle notizie.
Relativamente a tutto questo (e a molto altro ancora) sento a questo punto come non più derogabile - dopo vent'anni di completa dedizione all'insegnamento e allo studio - il dovere morale della dissociazione e della denuncia, e anche della concreta proposta di idee alternative. Qualcosa in tal senso ho già fatto, e forse non è stato inutile, ma è niente in rapporto a quanto occorrerà fare. Anche perché si profilano all'orizzonte della scuola riforme nel cui potere taumaturgico non riesco a credere: penso al contrario che rimescolare in tal modo le carte sia pura illusione, e penso che finché non sarà posta alla scure alla radice - finché, voglio dire, le concezioni didattiche che hanno fin qui dettato legge non subiranno una revisione coraggiosa e profonda - i problemi potranno solo aggravarsi.

Fui facile profeta: in effetti, i problemi si sono, da allora, puntualmente aggravati.
Nella sezione "Gli articoli" di questo sito è riportato l'intervento "Fisica e scuola, qualcosa non va" (pubblicato in Atti del XXXI Congresso dell’Associazione per l’Insegnamento della Fisica, Udine 1992) col quale ho sviluppato e chiarito i termini della mia denuncia. 

Il "testamento"

La lettera qui di seguito riportata, pubblicata dalla rivista La Fisica nella Scuola (LFNS, numero 1 del 2000) ripercorre e ripropone i punti salienti di una battaglia durata decenni. E si può dire rappresenti, ora che ho lasciato la scuola, una sorta di mio testamento spirituale come docente del liceo.

Caro Direttore,
dopo un'interruzione di qualche anno, ho nuovamente partecipato, lo scorso ottobre a Ferrara, all'annuale congresso AIF. Ne sono tornato, come ora ti spiegherò, con un grande senso di contentezza, non disgiunto da una punta di amarezza.
Per quanto riguarda la contentezza, potrei sbrigarmela, anche in modo un po' scherzoso, in due parole: mi sono riposato e svagato; ho visto una bella città, tranquilla, pulita, civile; ho rivisto cari amici, e me ne sono fatti dei nuovi; ho fatto un paio di ottime cenette; mi sono preso i pubblici complimenti della Marisa Michelini per il mio Elementi di Fisica Generale, e quelli del prof. Salvini per il mio 100 errori di Fisica (Salvini ha detto «è piaciuto anche a Rubbia»). Per di più, ho conosciuto la Rita Serafini (finora a me nota solo per le simpaticissime lettere a LFNS) e la Luisa Follini... e chi, al mio posto, non se ne sarebbe tornato a casa soddisfatto?
Ma nell'elenco dei bei ricordi ne devo inserire almeno un altro, ed è proprio di questo che ti vorrei parlare. Sappi, caro direttore, che un giorno, al congresso e grazie al congresso, m'è capitata una cosa incredibile: m'è improvvisamente parso di dovermi considerare un benemerito della categoria (dei docenti di Fisica)... sensazione straordinaria, del tutto nuova, assolutamente inebriante! E pazienza se è durata poco, forse non più di un minuto. Oggi, a distanza di due mesi, ne parlo come di una cosa lontana, con nostalgia. Non accadrà, temo, mai più.
È stato un pomeriggio, direi quello di Mercoledì 27 ottobre, verso le ore 16. No, non avevo bevuto: avevo giusto un po' di sonno, ma mi trovavo, devi credermi, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali (quali che siano). Un'atmosfera cupa, di preoccupazione, di sconforto si era prodotta nella grande aula del congresso e gravava sull'assemblea: qualcuno aveva lamentato, altri avevano ripetuto e confermato che gli studenti non si iscrivono più a Fisica. Il senso della sconfitta, della beffa era palpabile: ma come! con tutto il nostro impegno! con tutto il nostro sforzo didattico, con tutti i nostri congressi! Si tentavano spiegazioni, ci si interrogava sul da farsi: vedevo espressioni tese, accigliate. Io, che sono oltre a tutto impressionabile, mi sentivo ovviamente partecipe del generale cordoglio: e cominciavo anzi a percepire, prima confusamente, poi in modo sempre più nitido e circostanziato, qualcosa come un'inquietudine, come un senso di colpa... Sì, durante venticinque anni di insegnamento avevo sempre voluto fare di testa mia, incurante delle indicazioni didattiche che incessantemente, da ogni lato, in mille occasioni mi venivano elargite. Sapevo perfettamente che mi muovevo in controtendenza, che mi isolavo, e non è che la cosa mi riuscisse particolarmente congeniale: ma più forte di tutto era sempre stata la testarda convinzione di aver ragione. Un giorno, dopo avere a lungo esitato, decisi che era mio dovere uscire allo scoperto, e che era giunto il momento: nel sommario di un mio intervento al congresso di Udine del '92 sparai un petardo: «l'insegnamento della Fisica soffoca sotto una spessa coltre di equivoci, di pregiudizi e di luoghi comuni inestirpabili, contro i quali è bestemmia sollevare obiezioni». Non pensare che scrivessi queste cose a cuor leggero: le scrissi invece con fatica, consapevole tra l'altro di espormi a qualche rischio. Del resto, non era un'opinione improvvisata, o una mera esercitazione dialettica: c'erano dietro vicende di lunga data, una lunga, appassionata, a volte sofferta esperienza di docente: quante «spiegazioni» avevo dovuto fornire a superiori e genitori!
Ad esempio, io mi ero sempre ribellato all'idea dominante - e dire dominante è dire niente - che la Fisica si possa imparare solo ed esclusivamente in laboratorio. Sostenevo che i fautori di tale teoria si basano paradossalmente (proprio loro, gli sperimentali!) non sull'esperienza, ma sulla pura immaginazione: non su quanto, nelle scuole di tutto il mondo, è accaduto o accade, ma su quanto qualcuno ha pregiudizialmente stabilito che debba accadere; e quando LFNS (n.3 del '92) pubblicò il rapporto Hodson (titolo, Una visione critica dell'attività pratica nell'insegnamento delle scienze sperimentali), mi parve che i dati esibiti mi dessero clamorosamente ragione, e sperai che al feticcio del laboratorio - così lo chiamavo - fosse stato dato il colpo di grazia. Sostenevo tra l'altro al riguardo, in totale solitudine, che quello del metodo didattico è un falso problema, o un problema mal posto; che esistono molti modi diversi di fare bene una stessa cosa (per esempio, insegnare la Fisica); che la molteplicità degli atteggiamenti didattici non è un problema da risolvere, ma un patrimonio da salvaguardare; che il docente deve preoccuparsi non di aderire a modelli didattici precostituiti, ma di dare fondo alle proprie risorse, diverse da quelle di tutti gli altri; che tutti devono dare il proprio specifico contributo, che c'è posto per tutti, che c'è bisogno di tutti...
Quando, a un certo punto, cominciò a circolare (e subito fece presa) l'idea che tutti hanno il diritto-dovere di capire la scienza, che «oggi l'obiettivo è come insegnare la scienza a tutti i cittadini, soprattutto a quelli che non diventeranno scienziati», io mi scagliai contro quelle che mi parevano invereconde panzane: secondo me, chi diceva queste cose aspirava a esercitare un potere; era un intollerante, un prepotente e in una certa misura un sadico; ed era anche un po' fesso, se davvero credeva a quello che diceva. Qualche anima generosa aveva scritto: «resta da dimostrare» che la comprensione della scienza «sia riservata a pochi eletti»: e io replicai, proprio sulle pagine di LFNS, che la comprensione della scienza, dell'ABC della scienza, non era riservata a pochi, ma a pochissimi; e, a mo' di controprova, forte anche del buon successo che nel frattempo aveva arriso al mio 100 errori di Fisica, aggiunsi perfidamente che forse era giunto il momento di cominciare a insegnare la scienza almeno agli autori dei testi scolastici... Così, mentre un immane sforzo didattico veniva ovunque prodotto per insegnare la Fisica a tutti, ma proprio a tutti, volenti o nolenti, e meglio ancora se totalmente preclusi alla materia, io presi sempre più le distanze da quella che definii una forma di accanimento terapeutico; denunciai che la scuola si stava dimenticando degli studenti capaci e volonterosi, che li stava scippando di un loro preciso diritto, che rischiava con questo di mettere a repentaglio risorse che sono, queste sì, patrimonio dell'intera comunità civile.
Finché, quattro anni fa, mi decisi: con l'aiuto economico di alcuni vecchi compagni di scuola (nessuna delle aziende interpellate aveva risposto), fondai (e tuttora la dirigo) una scuola avanzata di Fisica, aperta al pomeriggio lungo tutto l'anno scolastico agli studenti della media superiore di Milano e provincia: la scuola si chiama Centro Preuniversitario di Fisica, ed è intitolata al nome di Ruggero Boscovich. Neanche a dirlo, il Centro Boscovich è frequentato solo da ragazzi entusiasti e dotati... sì, hai capito bene: è una scuola elitaria! Dove, nota bene, benché sia attivato anche un corso di laboratorio si insegna fondamentalmente all'antica, «col gesso», come direbbe il mio amico Marazzini, o tutt'al più col pennarello: niente didattica multimediale e interattiva (termini che mi provocano, Dio mi perdonerà, attacchi di orticaria al solo sentirli nominare).
Ma non ti voglio tediare, caro direttore, col resoconto delle mie trasgressioni (ce ne sarebbe ancora per un pezzo). Sappi solo che a un certo punto, mentre nell'aula del congresso il calo delle iscrizioni a Fisica stava portando a livelli forse mai prima raggiunti la frustrazione collettiva, la lunga lista delle mie inadempienze e malefatte mi stava ormai tutta impietosamente davanti. E che, per quanto cercassi di alleggerire la mia posizione rivendicando almeno la buona fede (conscio di non aver mai agito per spirito di contraddizione o capriccio di polemica, ma sempre e solo sulla base di quelli che a me erano parsi dati di fatto), stavo ormai sprofondando sotto il peso delle mie responsabilità, quando improvvisamente - ecco il bel ricordo - ho avuto una visione: la meravigliosa, rasserenante, consolatoria, beatifica visione dei tanti e tanti miei ex alunni del Leone XIII e del Centro Preuniversitario di Fisica che, negli anni, si sono giustappunto iscritti a Fisica, in molti casi attribuendomene dichiaratamente la responsabilità ultima (senza invero che io mi sia mai permesso di suggerire alcunché del genere a qualcuno)... ti sembrerà strano, ma prima di quel pomeriggio non me ne ero mai reso conto! Vedevo i volti, ricordavo i nomi: ragazzi e ragazze di valore, gente che ha fatto o sta facendo la Normale di Pisa, che insegna al Politecnico di Milano, che lavora nelle università americane. In particolare, visione nella visione, m'è tornato in mente che in calce alla tesi di laurea di Paolo Creminelli (maturità '94, 110 e lode alla Normale di Pisa, miglior allievo del suo corso), dopo ringraziamenti vari è scritto: «Un pensiero particolare al prof. Giovanni Tonzig di Milano, che mi ha iniziato alla Fisica e senza il quale l'argomento della mia tesi sarebbe stato ben diverso» (spiegazione: il padre, titolare di una piccola azienda, aveva da sempre per gli studi universitari del figlio tutt'altri progetti). Quando, dopo un tempo che non saprei quantificare, la visione è scomparsa, erano scomparsi anche i rimorsi, e anzi un senso di profonda soddisfazione, e potrei quasi dire di orgoglio, mi ha sulle prime gonfiato il petto: accidenti, potevo ben dire di aver fatto qualcosa per la Fisica! Ma te l'ho detto, è stato un attimo: la soddisfazione è subito svanita, l'orgoglio è sparito, il petto si è sgonfiato. É rimasto un grande stupore, il sentimento interrogativo che conosco così bene: sì, tutto è tornato alla normalità, lo stupore per quanto accade essendo ormai da anni la mia condizione di vita, la mia dimensione esistenziale.
E a questo punto non ti servono spiegazioni circa quel po' di amarezza che, come ti dicevo, mi sono portato dietro da Ferrara. Al di là della simpatia che mi hanno dimostrato tanti amici cari, al congresso ho avuto ancora una volta modo di prendere coscienza, caso mai me ne fossi dimenticato, del mio stranissimo, scomodissimo, assolutamente ingrato, totalmente involontario ruolo e destino di «cane sciolto», o di cane solo. A volte abbaiare alla luna è quasi poetico. Ma è faticoso, più di quanto non si creda. E poi non è multimediale, non è interattivo. Solo un po' virtuale.

Tuo con affetto e stima,

Giovanni Tonzig