Note autobiografiche
Un colpo di fortuna
Ho avuto la fortuna di poter fare, nella vita professionale, esattamente quello
che mi interessava: studiare e insegnare la Fisica. Dirò meglio: studiare
la Fisica per poi insegnarla. Fin dagli anni del liceo l'idea mi affascinava: riuscire
a capire le idee della Fisica in modo abbastanza profondo da poterle poi esporre
in modo diverso da quello dei miei libri di testo: in modo assolutamente rigoroso,
e tuttavia con grande semplicità, con grande chiarezza. Non solo le idee
della Fisica, peraltro. Ricordo ad esempio che, insoddisfatto dei testi di Filosofia
che avevo sotto mano, nel corso dell'ultimo anno del liceo trovai il modo di riscrivermi
l'intero programma, da Kant a Bergson (per la cronaca, l'esame andò più
che bene. C'era un professore nevrotico, rompiscatole, che aveva il vizio di interrompere
in continuazione: ci provò sulle prime anche con me, poi si placò,
tacque, limitandosi da quel momento ad ascoltare).
Quando si dice il destino
Dopo qualche anno di lavoro nell'industria, cominciai, in seguito ad eventi del
tutto fortuiti, ad insegnare Fisica (cosa che non avevo in alcun modo previsto).
Pensavo che le competenze acquisite con gli esami universitari fossero largamente
sufficienti ad assicurarmi, come docente di liceo, una vita tranquilla: chissà
quanto tempo libero avrei avuto! Ma poche ore di lezione bastarono a farmi
capire che avevo sottovalutato la difficoltà dell'impegno: è vero,
"sapevo" una quantità di cose, ma... non le avevo capite abbastanza.
Per superare, anche brillantemente, un esame universitario, basta in fondo dire
le cose giuste: se poi non si è convinti di quello che si dice, pazienza.
Ma spiegare è tutta un'altra faccenda: e rispondere alle domande dei ragazzi,
a quelle strampalate, a quelle intelligenti e insidiose, è ancora peggio.
Mi rimisi a studiare la Fisica, ripartii da zero: ebbi la straordinaria fortuna
di potermelo permettere. Da allora (sono passati trent'anni) non ho più smesso.
Così, oggi so per personale esperienza che, anche a livello della Fisica
di base (quella che più mi affascina) non si è mai finito di capire:
ho imparato che, per quanto si sia capito, è sempre possibile capire un po'
di più, in modo più profondo, perciò più essenziale,
perciò in definitiva più semplice.
Libri di testo
I due libri di testo che mi trovai in eredità dai docenti che mi avevano
preceduto erano del tutto diversi l'uno dall'altro: uno era, in quel momento, il
più diffuso nei licei, ed era per la verità un buonissimo testo (negli
anni successivi fu a più riprese arricchito, modificato, abbellito, ma forse
anche rovinato); il secondo era un obbrobrio. Il secondo lo abbandonai immediatamente,
il primo in modo più graduale, dopo qualche settimana. Non l'avevo minimamente
previsto, non sapevo a che cosa andavo incontro: cominciai a dettare ai miei alunni
solo qualche riga sostitutiva, qualche frase integrativa, poi diedi loro qualche
schema riassuntivo... fu l'inizio di un lavoro immane, durato ventisei anni: da
allora i miei alunni studiarono esclusivamente sulle dispense da me predisposte
e continuamente rielaborate. La mia ricompensa fu la gratitudine dei miei alunni
(be', di alcuni di loro), che, se non altro, non ebbero il problema di mettere d'accordo
il discorso del docente con quello del libro di testo, e poterono sempre permettersi
il lusso di seguire la lezione senza doversi preoccupare di prendere appunti: lo
vietavo espressamente, non sopportavo di non vedere gli occhi di chi mi ascoltava.
Gli esami di maturità andarono sempre benissimo, anche perché si potevano
portare all'esame due materie a scelta, e sempre, senza eccezione, i più
bravi sceglievano Fisica (più Filosofia, o Italiano, raramente Storia o Scienze
o Inglese). Incontrare i miei ex alunni iscritti a Ingegneria o Fisica era il momento
più bello. Mi dicevano: abbiamo compagni bravi e bravissimi, ma quando c'è
di mezzo la Fisica noi ci accorgiamo di essere di un altro pianeta... Era una grande
soddisfazione, che mi ripagava di altre amarezze (a volte i genitori di qualche
alunno che andava male in Fisica si lamentavano, nelle riunioni dei genitori o in
presidenza, che i ragazzi non avevano neanche "un vero libro di testo",
un libro di testo regolarmente in commercio...). Ma era insieme, per me, lo stimolo
a fare ancora, a fare meglio: in realtà, di quanto avevo già fatto
nessuno più di me vedeva il limite. Molto più tardi, le mie dispense
di Fisica costituiranno la base preziosa per alcune pubblicazioni a destinazione
universitaria: prima, con Utet, per i corsi del diploma universitario (in seguito
soppressi) un testo di Fisica Generale in due volumi, un eserciziario di Meccanica
e un eserciziario di Termodinamica; poi, con Maggioli, il libro Fondamenti
di Meccanica classica e il libro La Fisica del calore.
Si veda sull’argomento anche l’articolo “Libri di testo, qual è il problema?”.
Il C.P.F.
All'inizio dell'anno scolastico 93/94 proposi agli alunni della mia scuola, il Leone
XIII di Milano, di trovarci settimanalmente, al di fuori dell'orario scolastico,
per imparare meglio la Fisica: quello che avevo in mente era di mettere i ragazzi
nelle condizioni di partecipare degnamente alle annuali gare di selezione per le
Olimpiadi della Fisica. L'idea piacque, si costituirono diversi piccoli gruppi ai
diversi livelli: fu un'esperienza così positiva, così promettente
che, a partire dall'anno scolastico 95/96, mi sentii in dovere di allargare la possibilità
di partecipare anche agli studenti degli altri licei milanesi: nacque il C.P.F.,
il Centro Preuniversitario
di Fisica Ruggero Boscovich. Non fu facile (eufemismo) fare in modo che
i ragazzi venissero informati dalle rispettive scuole, barriere di varia e non sempre
chiarissima natura si frapposero: tuttavia tre anni più tardi eravamo a 140
iscrizioni. Fu il massimo storico: in seguito, un po' perché col nuovo esame
di maturità non c'era più la possibilità di "portare Fisica"
e cadeva quindi per i ragazzi un potente stimolo, un po' perché le singole
scuole andavano organizzandosi con attività pomeridiane di vario genere,
si verificò purtroppo un forte calo. Nel frattempo, la fisionomia dei corsi
era andata via via modificandosi: da cenacolo per pochi bravissimi interessati ad
affermarsi nelle gare, a possibilità di approfondimento offerta ai tanti
che, nella prospettiva di studi universitari di area scientifica, sentivano il bisogno
di consolidare le conoscenze acquisite nel normale ambito scolastico.
I risultati furono comunque spettacolari anche a livello di gare per le Olimpiadi:
in pochi anni, cinque vincitori assoluti di gara interprovinciale (province di Milano
e Varese), sette vincitori di gara nazionale (nella quale vengono considerati vincitori
ex aequo i primi dieci classificati), due presenze nella rappresentativa italiana
(formata da cinque studenti). Nella gara interprovinciale del '99, sette dei primi
dieci classificati (e in particolare i primi tre) erano fedelissimi del C.P.F.!
Attualmente l'attività del CPF è sospesa: a tale riguardo si legga l'articolo "CPF, la fine di un sogno" nella sezione "Gli articoli" di questo sito.
L'università
Nel 1991 l'editore Sansoni pubblicò un mio librino, intitolato 100 errori
di Fisica pronti per l'uso: una raccolta di micidiali svarioni trovati nei
testi scolastici di Fisica, ognuno brevemente commentato (si veda nel sito l'apposita
sezione). Era la prima mossa, l'inizio della mia battaglia per una diversa didattica
della Fisica. Stranamente, contro tutte le mie aspettative, il libro, del tutto
ignorato a livello dei docenti di liceo - ai quali, scrivendo, avevo guardato come
ai naturali destinatari - piacque molto a livello universitario. Un docente del
Politecnico di Milano, il prof. Alfredo Dupasquier, mi propose di collaborare con
lui tenendo le esercitazioni nel suo corso di Fisica Generale. Esitai parecchio,
perché questo sconvolgeva la mia vita, i miei programmi. Poi, accettai: fu
una buona decisione, anche se mi costò, negli anni successivi, un grande
lavoro di approfondimento e allargamento delle mie conoscenze. In seguito, per tre
anni tenni il corso di Fisica Generale per il diploma universitario in ingegneria
(oggi purtroppo soppresso).
Fu anche questa un'esperienza fortunata, con i miei studenti riuscii sempre ad avere
un rapporto splendido. Per curiosità e divertimento del visitatore del sito,
riporto qui di seguito alcuni dati dalla (complicatissima) valutazione didattica
(leggi pagella) datami (obbligatoriamente, per legge) dai miei studenti dopo l'ultimo
corso da me tenuto (anno accademico 98/99). Il primo numero è il punteggio
complessivo medio in ambito Politecnico di Milano nelle ultime sette rilevazioni
precedenti; il secondo numero è il punteggio medio più elevato tra
quelli registrati al Politecnico in una singola rilevazione; il terzo numero è
il mio punteggio. La valutazione andava espressa con un voto da 0 a 5.
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DISPONIBILITÀ ALLE SPIEGAZIONI |
3,85 |
3,95 |
4,27 |
|
CONTINUITÀ LOGICA |
3,58 |
3,73 |
4,02 |
|
DISCUSSIONE DI ESEMPI |
3,51 |
3,69 |
4,12 |
|
EFFICACIA DELL'ESPOSIZIONE |
3,38 |
3,50 |
3,95 |
|
EFFICACIA DEI CHIARIMENTI |
3,48 |
3,67 |
4,14 |
|
COMPLETEZZA DEI TESTI |
3,12 |
3,30 |
4,07 |
Nota: i miei studenti hanno lavorato sul mio Elementi di Fisica Generale.
Come si può vedere, gli studenti furono piuttosto soddisfatti del mio corso
(ma non si sopravvalutino i dati della pagella: per loro stessa ammissione, a volte
i ragazzi si divertono a sparare i voti un po' a casaccio; per di più, sui
voti medi, quelli delle prime due colonne, pesano le scadenti valutazioni date ai
docenti meno graditi).
La grande battaglia
Durante i miei 26 anni di insegnamento nel liceo (l'ultimo è stato l'anno
scolastico 97/98) mi sono continuamente venuto a trovare in una strana, scomoda
posizione di controtendenza rispetto a una serie di concezioni didattiche tanto
diffuse nel mondo della scuola quanto, a mio parere e secondo la mia esperienza,
prive di reale fondamento. Nel '92, quando il mio libro sugli errori dei libri di
testo era già in circolazione da un anno, mi presentai al Congresso dell'Associazione
per l'Insegnamento della Fisica (A.I.F.) col seguente battagliero proclama.
Fisica e Scuola, qualcosa non va.
Relativamente all'insegnamento della Fisica, esiste e si va consolidando in Italia
una situazione che a me pare pesantemente negativa. Tale situazione si può
sommariamente (e, beninteso, solo ed esclusivamente come dato medio) delineare in
questi termini. |
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1. |
I ragazzi che iniziano gli studi universitari devono (anche se capaci e impegnati!)
ripartire da zero: quali che ne siano le ragioni, l'insegnamento preuniversitario
della Fisica non funziona: serve, nel migliore dei casi, a trasmettere una serie
di informazioni (regole, enunciati, formule, dati, notizie) ma la comprensione delle
idee importanti è a livelli assolutamente insufficienti: lo sanno, lo capiscono,
lo denunciano per primi gli stessi studenti.
|
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2. |
L'insegnamento della Fisica soffoca sotto una spessa coltre di equivoci, di pregiudizi
e di luoghi comuni inestirpabili, contro i quali è bestemmia sollevare obiezioni:
vedi, ad esempio, l'imperante retorica del laboratorio, vedi la nuova religione
dell'informatica, vedi l'uso distorto e mistificatorio di concetti come carattere
sperimentale della Fisica, concretezza della didattica, collegamento col mondo del
lavoro, aggiornamento dei docenti. |
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3. |
Sono in uso, e godono in qualche caso di un vasto e duraturo successo, libri di testo
per i quali un provvedimento ministeriale di ritiro immediato dal commercio sarebbe
ancora poco: questo è uno scandalo rispetto al quale la categoria dei docenti
ha oggettivamente, al di là delle buone intenzioni di tutti, una precisa
responsabilità. |
|
4. |
Quanto ai testi di miglior livello - fatta astrazione dall'incredibile perpetuarsi
di gravi errori concettuali in alcuni di essi - la scena a cui si assiste è
questa: nella gara a superarsi l'un l'altro, nello sforzo di piacere e di impressionare,
stanno diventando delle grandi, costose, illustratissime, ingombrantissime vetrine,
dove l'approccio critico, la ricerca di senso, l'intenzione di capire, lo sviluppo
d una capacità intellettuale di taglio scientifico soccombono fatalmente
all'alluvione enciclopedica delle notizie. |
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Relativamente a tutto questo (e a molto altro ancora) sento a questo punto come non
più derogabile - dopo vent'anni di completa dedizione all'insegnamento e
allo studio - il dovere morale della dissociazione e della denuncia, e anche della
concreta proposta di idee alternative. Qualcosa in tal senso ho già fatto,
e forse non è stato inutile, ma è niente in rapporto a quanto occorrerà
fare. Anche perché si profilano all'orizzonte della scuola riforme nel cui
potere taumaturgico non riesco a credere: penso al contrario che rimescolare in
tal modo le carte sia pura illusione, e penso che finché non sarà
posta alla scure alla radice - finché, voglio dire, le concezioni didattiche
che hanno fin qui dettato legge non subiranno una revisione coraggiosa e profonda
- i problemi potranno solo aggravarsi. |
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Fui facile profeta: in effetti, i problemi si sono, da allora, puntualmente aggravati.
Nella sezione "Gli articoli" di questo sito è riportato l'intervento "Fisica e scuola, qualcosa non va" (pubblicato in Atti del XXXI Congresso dell’Associazione per l’Insegnamento della Fisica, Udine 1992) col quale ho sviluppato e chiarito i termini della mia denuncia.
Il "testamento"
La lettera qui di seguito riportata, pubblicata dalla rivista La Fisica nella Scuola
(LFNS, numero 1 del 2000) ripercorre e ripropone i punti salienti di una battaglia
durata decenni. E si può dire rappresenti, ora che ho lasciato la scuola,
una sorta di mio testamento spirituale come docente del liceo.
|
Caro Direttore,
dopo un'interruzione di qualche anno, ho nuovamente partecipato, lo scorso ottobre
a Ferrara, all'annuale congresso AIF. Ne sono tornato, come ora ti spiegherò,
con un grande senso di contentezza, non disgiunto da una punta di amarezza.
Per quanto riguarda la contentezza, potrei sbrigarmela, anche in modo un po' scherzoso,
in due parole: mi sono riposato e svagato; ho visto una bella città, tranquilla,
pulita, civile; ho rivisto cari amici, e me ne sono fatti dei nuovi; ho fatto un
paio di ottime cenette; mi sono preso i pubblici complimenti della Marisa Michelini
per il mio Elementi di Fisica Generale, e quelli del prof. Salvini per il mio 100
errori di Fisica (Salvini ha detto «è piaciuto anche a Rubbia»).
Per di più, ho conosciuto la Rita Serafini (finora a me nota solo per le
simpaticissime lettere a LFNS) e la Luisa Follini... e chi, al mio posto, non se
ne sarebbe tornato a casa soddisfatto?
Ma nell'elenco dei bei ricordi ne devo inserire almeno un altro, ed è proprio
di questo che ti vorrei parlare. Sappi, caro direttore, che un giorno, al congresso
e grazie al congresso, m'è capitata una cosa incredibile: m'è improvvisamente
parso di dovermi considerare un benemerito della categoria (dei docenti di Fisica)...
sensazione straordinaria, del tutto nuova, assolutamente inebriante! E pazienza
se è durata poco, forse non più di un minuto. Oggi, a distanza di due
mesi, ne parlo come di una cosa lontana, con nostalgia. Non accadrà, temo,
mai più.
È stato un pomeriggio, direi quello di Mercoledì 27 ottobre, verso
le ore 16. No, non avevo bevuto: avevo giusto un po' di sonno, ma mi trovavo, devi
credermi, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali (quali che siano).
Un'atmosfera cupa, di preoccupazione, di sconforto si era prodotta nella grande
aula del congresso e gravava sull'assemblea: qualcuno aveva lamentato, altri avevano
ripetuto e confermato che gli studenti non si iscrivono più a Fisica. Il
senso della sconfitta, della beffa era palpabile: ma come! con tutto il nostro impegno!
con tutto il nostro sforzo didattico, con tutti i nostri congressi! Si tentavano
spiegazioni, ci si interrogava sul da farsi: vedevo espressioni tese, accigliate.
Io, che sono oltre a tutto impressionabile, mi sentivo ovviamente partecipe del
generale cordoglio: e cominciavo anzi a percepire, prima confusamente, poi in modo
sempre più nitido e circostanziato, qualcosa come un'inquietudine, come un
senso di colpa... Sì, durante venticinque anni di insegnamento avevo sempre
voluto fare di testa mia, incurante delle indicazioni didattiche che incessantemente,
da ogni lato, in mille occasioni mi venivano elargite. Sapevo perfettamente che
mi muovevo in controtendenza, che mi isolavo, e non è che la cosa mi riuscisse
particolarmente congeniale: ma più forte di tutto era sempre stata la testarda
convinzione di aver ragione. Un giorno, dopo avere a lungo esitato, decisi che era
mio dovere uscire allo scoperto, e che era giunto il momento: nel sommario di un
mio intervento al congresso di Udine del '92 sparai un petardo: «l'insegnamento
della Fisica soffoca sotto una spessa coltre di equivoci, di pregiudizi e di luoghi
comuni inestirpabili, contro i quali è bestemmia sollevare obiezioni».
Non pensare che scrivessi queste cose a cuor leggero: le scrissi invece con fatica,
consapevole tra l'altro di espormi a qualche rischio. Del resto, non era un'opinione
improvvisata, o una mera esercitazione dialettica: c'erano dietro vicende di lunga
data, una lunga, appassionata, a volte sofferta esperienza di docente: quante «spiegazioni»
avevo dovuto fornire a superiori e genitori!
Ad esempio, io mi ero sempre ribellato all'idea dominante - e dire dominante è
dire niente - che la Fisica si possa imparare solo ed esclusivamente in laboratorio.
Sostenevo che i fautori di tale teoria si basano paradossalmente (proprio loro,
gli sperimentali!) non sull'esperienza, ma sulla pura immaginazione: non su quanto,
nelle scuole di tutto il mondo, è accaduto o accade, ma su quanto qualcuno
ha pregiudizialmente stabilito che debba accadere; e quando LFNS (n.3 del '92) pubblicò
il rapporto Hodson (titolo, Una visione critica dell'attività pratica nell'insegnamento
delle scienze sperimentali), mi parve che i dati esibiti mi dessero clamorosamente
ragione, e sperai che al feticcio del laboratorio - così lo chiamavo - fosse
stato dato il colpo di grazia. Sostenevo tra l'altro al riguardo, in totale solitudine,
che quello del metodo didattico è un falso problema, o un problema mal posto;
che esistono molti modi diversi di fare bene una stessa cosa (per esempio, insegnare
la Fisica); che la molteplicità degli atteggiamenti didattici non è
un problema da risolvere, ma un patrimonio da salvaguardare; che il docente deve
preoccuparsi non di aderire a modelli didattici precostituiti, ma di dare fondo
alle proprie risorse, diverse da quelle di tutti gli altri; che tutti devono dare
il proprio specifico contributo, che c'è posto per tutti, che c'è bisogno
di tutti...
Quando, a un certo punto, cominciò a circolare (e subito fece presa) l'idea
che tutti hanno il diritto-dovere di capire la scienza, che «oggi l'obiettivo
è come insegnare la scienza a tutti i cittadini, soprattutto a quelli che
non diventeranno scienziati», io mi scagliai contro quelle che mi parevano
invereconde panzane: secondo me, chi diceva queste cose aspirava a esercitare un
potere; era un intollerante, un prepotente e in una certa misura un sadico; ed era
anche un po' fesso, se davvero credeva a quello che diceva. Qualche anima generosa
aveva scritto: «resta da dimostrare» che la comprensione della scienza
«sia riservata a pochi eletti»: e io replicai, proprio sulle pagine
di LFNS, che la comprensione della scienza, dell'ABC della scienza, non era riservata
a pochi, ma a pochissimi; e, a mo' di controprova, forte anche del buon successo
che nel frattempo aveva arriso al mio 100 errori di Fisica, aggiunsi perfidamente
che forse era giunto il momento di cominciare a insegnare la scienza almeno agli
autori dei testi scolastici... Così, mentre un immane sforzo didattico veniva
ovunque prodotto per insegnare la Fisica a tutti, ma proprio a tutti, volenti o
nolenti, e meglio ancora se totalmente preclusi alla materia, io presi sempre più
le distanze da quella che definii una forma di accanimento terapeutico; denunciai
che la scuola si stava dimenticando degli studenti capaci e volonterosi, che li
stava scippando di un loro preciso diritto, che rischiava con questo di mettere
a repentaglio risorse che sono, queste sì, patrimonio dell'intera comunità
civile.
Finché, quattro anni fa, mi decisi: con l'aiuto economico di alcuni vecchi
compagni di scuola (nessuna delle aziende interpellate aveva risposto), fondai (e
tuttora la dirigo) una scuola avanzata di Fisica, aperta al pomeriggio lungo tutto
l'anno scolastico agli studenti della media superiore di Milano e provincia: la
scuola si chiama Centro Preuniversitario di Fisica, ed è intitolata al nome
di Ruggero Boscovich. Neanche a dirlo, il Centro Boscovich è frequentato solo
da ragazzi entusiasti e dotati... sì, hai capito bene: è una scuola
elitaria! Dove, nota bene, benché sia attivato anche un corso di laboratorio
si insegna fondamentalmente all'antica, «col gesso», come direbbe il
mio amico Marazzini, o tutt'al più col pennarello: niente didattica multimediale
e interattiva (termini che mi provocano, Dio mi perdonerà, attacchi di orticaria
al solo sentirli nominare).
Ma non ti voglio tediare, caro direttore, col resoconto delle mie trasgressioni
(ce ne sarebbe ancora per un pezzo). Sappi solo che a un certo punto, mentre nell'aula
del congresso il calo delle iscrizioni a Fisica stava portando a livelli forse mai
prima raggiunti la frustrazione collettiva, la lunga lista delle mie inadempienze
e malefatte mi stava ormai tutta impietosamente davanti. E che, per quanto cercassi
di alleggerire la mia posizione rivendicando almeno la buona fede (conscio di non
aver mai agito per spirito di contraddizione o capriccio di polemica, ma sempre
e solo sulla base di quelli che a me erano parsi dati di fatto), stavo ormai sprofondando
sotto il peso delle mie responsabilità, quando improvvisamente - ecco il bel
ricordo - ho avuto una visione: la meravigliosa, rasserenante, consolatoria, beatifica
visione dei tanti e tanti miei ex alunni del Leone XIII e del Centro Preuniversitario
di Fisica che, negli anni, si sono giustappunto iscritti a Fisica, in molti casi
attribuendomene dichiaratamente la responsabilità ultima (senza invero che
io mi sia mai permesso di suggerire alcunché del genere a qualcuno)... ti
sembrerà strano, ma prima di quel pomeriggio non me ne ero mai reso conto!
Vedevo i volti, ricordavo i nomi: ragazzi e ragazze di valore, gente che ha fatto
o sta facendo la Normale di Pisa, che insegna al Politecnico di Milano, che lavora
nelle università americane. In particolare, visione nella visione, m'è
tornato in mente che in calce alla tesi di laurea di Paolo Creminelli (maturità
'94, 110 e lode alla Normale di Pisa, miglior allievo del suo corso), dopo ringraziamenti
vari è scritto: «Un pensiero particolare al prof. Giovanni Tonzig di
Milano, che mi ha iniziato alla Fisica e senza il quale l'argomento della mia tesi
sarebbe stato ben diverso» (spiegazione: il padre, titolare di una piccola
azienda, aveva da sempre per gli studi universitari del figlio tutt'altri progetti).
Quando, dopo un tempo che non saprei quantificare, la visione è scomparsa,
erano scomparsi anche i rimorsi, e anzi un senso di profonda soddisfazione, e potrei
quasi dire di orgoglio, mi ha sulle prime gonfiato il petto: accidenti, potevo ben
dire di aver fatto qualcosa per la Fisica! Ma te l'ho detto, è stato un attimo:
la soddisfazione è subito svanita, l'orgoglio è sparito, il petto si
è sgonfiato. É rimasto un grande stupore, il sentimento interrogativo
che conosco così bene: sì, tutto è tornato alla normalità,
lo stupore per quanto accade essendo ormai da anni la mia condizione di vita, la
mia dimensione esistenziale.
E a questo punto non ti servono spiegazioni circa quel po' di amarezza che, come
ti dicevo, mi sono portato dietro da Ferrara. Al di là della simpatia che
mi hanno dimostrato tanti amici cari, al congresso ho avuto ancora una volta modo
di prendere coscienza, caso mai me ne fossi dimenticato, del mio stranissimo, scomodissimo,
assolutamente ingrato, totalmente involontario ruolo e destino di «cane sciolto»,
o di cane solo. A volte abbaiare alla luna è quasi poetico. Ma è faticoso,
più di quanto non si creda. E poi non è multimediale, non è
interattivo. Solo un po' virtuale.
Tuo con affetto e stima,
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